Pracaria stella
che affascina e ferisce
in egual misura.
Vi ricordate
ogni tanto di aver pianto
in cortili oscuri?
Adorabile
sproni me che sprofondo;
riemersa, salvi.
Sfociano mille
frammenti ferroviari
nell’anima blu.
Senza capirti
e senza difese, io mi
annullo dentro te.
Guardo l’agonia
solare su un treno che
percorre il vuoto.
Insonne e sbronzo
guardo impassibile la
mia vita in fuga.
Come la realtà,
le risaie mi fanno
male. Au revoir.
Tra rotondità
fisiche e spigolose
parole c’è lei.
Si è lacerato
l’antico nucleo rosa
dell’esistenza?
Dormo domani…
Il dedalo è donna.
Dannato dono.
Bacio i limiti
irreali di un altrove
remoto e infranto.
Bimbe lacrime.
Materne inesistenze.
Vana ricerca.
Abbracciando te,
assaporo le origini
e le nostre piogge.
Selvaggio amore,
sregolato e incoerente,
senza salvezza.
Cola il mascara,
ruscello nero sulle
gote del mondo.
Eterna carne.
Starti dentro è struggente.
Di morte nasco.
L’assenza indossa
con grazia una maschera
di nubi argentee.
Piove e gli sprechi
di vulnerabilità
mi deprimono.
La notte è colma
di gorghi iridescenti
ed occhi incantati.
Moltitudine
di petali cremisi
per terra con me.
M’intristiscono
i passaggi a livello e le
aride distese.
Nevica il mondo.
Nichilismo zattera.
Incombe la notte.
Odio volerti
mentre voglio odiarti
inspirando stelle.
C’è l’odore acre
d’idilliache rovine
che lascerai in me.
Siamo l’idioma
del vento a mezzanotte,
sangue di quercia.
L’incredulità
è il nostro sacco a pelo
imbottito di Sud.
Di nero e di oro…
Praga. Ebbrezza di nebbia
e luci sul ponte.
Sul foglio incido
gotiche malinconie
al garofano.
Vaclaske Namesti.
Vin brulé e spaesamento
a notte inoltrata.
C’è qualcosa di
grigio e trasandato nei
ragazzi cechi.
Niente di male
se il sassofono scopa
col pianoforte.
E il fumo ammanta
i muri rossi e sorseggio
vino e Moldava.
E nostalgie di
sperma e jazz devastano
gl’intimi inverni.
Procaccio il Vero
vagolando tra eccessi
e solitudini.
Perde lacrime
il tuo sonno… Di bellezza
reinventi il mondo.
Odio il mattino
e la sua usuale e precoce
inopportunità.
Il tramonto si
sfalda in trecce scarlatte
e orecchini rosa.
Ieri non muore.
Sarà febbraio sempre.
Le orme restano.
Lontano è un’onda
in tre sillabe di fuga
e velluto indaco.
Lontano è il nome
di un barlume interiore
che non si estingue.
Lontano è tutto.
Acqua e cometa. Spiraglio
di lucentezza.
Lontano è il soffio
di una notte sul mare
che ci scarmiglia.
Lontano è il porto
dei tuoi sorrisi erranti
e dei miei aquiloni.
Lontano è nei tuoi
occhi tristi e di deserto
in cui precipito.
Lontano è il sogno
di una donna povera,
un eden di stracci.
Lontano è dentro
una bottiglia o ai bordi di
una stella infranta.
Lontano è il suono
della speranza, l’ombra
del possibile.
Lontano è il fumo
che impregna le pagine
non scritte di noi.
Donde esta el amor?
Tra le mie sigarette
e le tue conchiglie.
Dorme la città
e l’ebbrezza è un divano blu
di lune e rune.
Sotto la pelle
hai corde verdeggianti di
Friuli e libertà.
Nel tuo sorriso
intuisco campi e altalene.
E ore solitarie.
Dormendo con te
cullo l’incapacità
di perdonarmi.
Sei malinconia
di foglia in limpidezza
di lago. E sei in me.
Si fondono in te
labirinti e bellezza
e producono oro.
Giacere insieme
per bastarsi nel nulla
clandestino e blu.
Giacere insieme
per morir di penombra
e rinascere alba.
Giacere insieme
per sognare a occhi aperti
e fondar galassie.
Giacere insieme
per far cadere il cielo
e berne le nubi.
Giacere insieme
per far l’amore in templi
d’immobilità.
Giacere insieme
per donar desiderio
all’invisibile.
Giacere insieme
per aggrapparsi al manto
viola del tempo.
Giacere insieme
per la dolcezza muta
del non essere.
Giacere insieme
per danzarci nel sangue
e lenirci il vuoto.
Giacere insieme
per la gioia stupita
d’esserci accanto.
Giacere insieme
in abbracci siderali
e poemi di pelle.
Giacere insieme
per offuscar l’effimero
che ci sovrasta.
Giacere insieme
per tramutarci in neve
su un quadrifoglio.
Giacere insieme
per dimenticarci dei
pianti sprecati.
Giacere insieme
dentro l’occhio australe
di notti rubate.
Giacere insieme
per nutrirci d’esilio
e boschi incantati.
Giacere insieme
per inseguir velieri
tra i fiordi del mai.
Giacere insieme
soli come albatros su
un faro che crolla.
Giacere insieme
per inspirar burrasche
e immensi aranceti.
Giacere insieme
nel giallore autunnale di
una ninnananna.
Guardo la nebbia
che vanifica aurore
e penso al tuo nido.
Dentro al cappello ho
fluttuanti lune orlate
di sogni e stracci.
Come dakini
danzi discreta sulle
mie solitudini.
Siamo panchina e
marciapiede. Idillio di
miseria e poesia.
Soave fusione
d’anime scapigliate
in realtà diroccate.
Giacca beige. Buchi
di sigaretta sopra.
E graffi tuoi sotto.
Un’altra volta
volteggerà il tuo volto
in volte celesti.
Fonder le mani
per fondar reami ideati
dal trasognare.
Dentro uno sguardo
c’è una nuvolata di
indicibile.
Accudisci le
mie vertigini in un’alba
domenicale.
On the rail, scrivo.
Prigioniero di elegie…
In the rain, vivo.
Sul pentagramma
del cielo sfarfallano
le tue carezze.
Ombrello nella
neve. Mi abbracci sotto
la sinagoga.
Sospiro l’ombra
invisibile e scucita
che ti trascende.
Siamo l’iride
d’una strada zuppa di
birra e trifogli.
Siamo il verso che
cade ingiallito su una
spiaggia deserta.
Siamo audacia di
arrossire, millimetri
d’arcobaleno.
Siamo impronte nel
dormiveglia d’angeli
ammanettati.
Siamo virgole
d’acqua celtica su una
battigia illune.
Siamo l’azzurro
schivo dell’esistere.
L’assenza che urla.
Di crepuscolo
ingioiellati, planiamo
nel Mar Tenero.
La fragilità ha
occhi calanti. E silenzi
dolci di buio.
Ogni sigaretta
è un suicidio minimo.
Anche baciarti?
Nudi di tempo,
assopirsi tra infiniti
ed astri infranti.
Adamantino
non fu conoscerci ma
riconoscerci.
Gatti dagli occhi
sottili si leccano.
Ridiamo esuli.
Un’intimità
di sospiri e velluto
adorna la notte.
E’ Capodanno.
La cravatta di Pollock.
Esali “Ti amo”.
C’è l’innocenza
del solletico in fondo
ai tuoi deserti.
La musica dei
velieri evapora dal
tuo collo d’onda.
Oltre l’orgasmo
di sale ascende il pianto
ebbro di Tristano.
Tragicamente
bella in camicia d’alba
scruti l’abisso.
Senza limiti
il firmamento che sboccia
sulla tua schiena.
Stille di Persia
tra i tuoi capelli e il vuoto.
Nudo di Luna.
La precarietà
sul tuo viso affoga ogni
parola. E brilla.
Tra nero e Oriente.
“Mon seul désir”… Sillabe
del naufragare.
Fumando osservo
reticenze feline
dagli occhi gialli.
Febbre di fuga
e sete di concavità
aleggiano al buio.
Dissolviamoci,
come viole baciate
da un lampo affranto.
Volare forse
salverebbe dall’erba
fosca dell’addio.
Siamo fiabe di
pelle scritte dal canto
delle balene.
Nudo onirico.
Le tue labbra sull’arpa.
I tuoi occhi in me.
Forse volare.
Avvinti in geroglifici
d’alba scarlatta.
Ali tatuate.
Sfiorandoti sfiorire.
Il cosmo è un tatami.
Come impronte di
neve c’inoltriamo nel
nero felino.
Piangendo, versi
tanto di quel cielo da
farmi tremare.
Sbatti le ciglia
e so che gli elfi esistono
dentro un respiro.
La luna come
orecchino. Il vento ulula.
Mani intrecciate.
Si sfalda il mondo.
Sul tuo addome morirci,
berne la poesia.
Fusi in carezze,
partoriamo atolli di
lontananza blu.
Tra il giallo e il viola,
una danzatrice aspetta
che l’anno muoia.
Dormire con te
è vagabondare in albe
che non tornano.
Dal fumo affiora
la rarità d’un cuore
azzurro e incorrotto.
Blandivi il bodhràn.
Sul viso terso e perso
sfavillanti pois.
Bevo i riflessi
gotici dai tuoi occhi
che sussurrano.
Novembre geme
e le tue dita afferrano
una mezzaluna.
Ombra di fata
sulla parete lilla
dopo l’amore.
Nebbia e fantasmi
romantici intorno a me.
Sei ogni albero.
Siamo irrealtà
che esistono nel sogno di
piogge ribelli.
C’è in noi l’aroma
maudit dei bistrots. Ovunque
siamo è Parigi.
Un haiku è una goccia d’esistenza in tre versi e diciassette sillabe.
Un haiku, grazie alla sua semplicità evocativa, è al contempo
un’istantanea della realtà (anche interiore) ed una finestra affacciata sul mistero e sul trascendente.
Un haiku è un microcosmo cristallizzato che contiene una piccola
storia, una sfumatura emotiva ed un contesto spazio-temporale.
Un haiku è un’immagine archetipica intrisa di surrealismo e
romanticismo, un viaggio astratto che dura pochi secondi.
Un haiku è una piccola creatura che si nutre di silenzio e di bellezza
più che di formalismi retorici.
Un haiku è uno specchio spirituale che induce, tramite l’immediatezza e
la suggestività, alla riflessione, alla contemplazione e alla re-
interpretazione della natura (anche umana).
Un haiku è un respiro profondo che nasce dal baratro di paure, sogni e
domande senza risposta che ci portiamo dentro.
Un haiku è accarezzato dalla lucida consapevolezza di essere vivi ed è
un’implicita denuncia alla superficialità e alla violenza del mondo
contemporaneo.
Un haiku è il tentativo di restituire un significato alle parole che l’hanno perso.